La Gazzetta Veneta di Gaspare Gozzi

Il giornalismo italiano, nel Settecento, in genere sente l’influsso del giornalismo inglese e di quello francese, più all’avanguardia. Soprattutto per quanto riguarda i giornali letterari che, ricalcando l’esperienza dell’inglese Spectator, non generarono in Italia una fioritura abbondante, ma furono importanti per le stesse caratteristiche. Quelli che mancano in Italia sono i periodici politici d’opinione, che faranno la loro comparsa con la rivoluzione francese.
A Venezia, in particolare, s’era diffuso il gusto di una letteratura non periodica, ma semplice, succosa e curiosa ad un tempo, una letteratura che aveva le caratteristiche dell’articolo di giornale: la letteratura epistolare. Qui le Lettere inglesi del Voltaire e le Lettere persiane del Montesquieu trovarono non pochi traduttori ed imitatori, e portarono la loro influenza nel campo del giornalismo italiano così come i due autori francesi portarono la loro influenza sul giornalismo francese.
Il Tatler, lo Spectator, e i loro ideatori-redattori Steele, Addison e Swift, erano pure conosciuti attraverso traduzioni in francese, ed il leggerli era divenuto consuetudine di moda. A Venezia s’era affermato un foglio manoscritto, la Pallade Veneta (da non confondersi con l’anonimo stampato del Seicento): esempio di gazzetta urbana con notizie minute e pettegole su avvenimenti cittadini con articoli di varietà. A Venezia infine Gaspare Gozzi entrò, per primo fra i giornalisti italiani, nell’orbita dello Spectator, col suo Mondo Morale del 1760.
Nato nel 1713 (morirà poi nel 1786), primo di undici figli, conte con l’eredità di un dissesto finanziario creato dalla natura fantasiosa di suo padre, Gaspare si trovò ben presto a sottoporsi a duro lavoro per vivere.
Datosi all’attività giornalistica, il Mondo Morale è la prima delle sue esperienze di direttore di periodico: si tratta di una pubblicazione settimanale, uscita a Venezia, per una specie di romanzo allegorico prolisso, che una Pellegrina andava narrando ai suoi compagni. Nei vari numeri del settimanale, alla puntata del romanzo erano aggiunte satire, ragionamenti ed altro. Durò poco tempo.
Il Gozzi, infatti, si mise ben presto in altera impresa. Accordatosi con un gruppo di commercianti, il 6 febbraio 1760 iniziò la pubblicazione di un bisettimanale dal titolo Gazzetta Veneta, che usciva il mercoledì ed il sabato. La testata del giornale diceva: «Gazzetta Veneta che contiene tutto quello, ch’è da vendere, da comperare, da darsi a fitto, le cose ricercate, le perdute, le trovate, in Venezia, o fuori di Venezia, il prezzo delle merci, il valore de’ cambi, ed altre notizie, parte dilettevoli, e parte utili al Pubblico».
In questa sua attività il Gozzi aveva avuto un precursore in un certo Giovanni di Memel, che nel 1759 aveva pubblicato una Gazzetta di Venezia che conteneva appunto scritti piacevoli, avvisi economici, notizie ed altro, ma non aveva saputo dare a quel periodico il decoro che il Gozzi seppe dare al suo, e soprattutto non ebbe lo spirito d’osservazione del Gozzi. Tuttavia il bisettimanale del Gozzi aveva un tono meno commerciale di quello preannunciato dalla sua testata.
Con la Gazzetta Veneta si può dire che sia inaugurato in Italia un nuovo tipo di giornale dal quale scompare la pesantezza dell’erudizione, e dove con semplicità e decoro si trovano narrati fatti di cronaca, si trovano novelle, recensioni e, magari, ciance. E vi si trovano pure critiche teatrali, critiche d’arte, polemiche, come quelle tra il Goldoni ed il Chiari.
Sull’esempio inglese, nella Gazzetta si trova anche una collaborazione del pubblico, vera o immaginaria che sia stata, che genera dei "colloqui" fra i lettori ed il redattore. Vi si trovano il listino dei cambi, i prezzi delle merci, il movimento delle navi nel porto, le estrazioni del lotto, gli annunci pubblicitari delle case d’affittare e da vendere, e simili.
L’associazione annua al periodico, pubblicato dall’editore Pietro Marcuzzi, costava uno zecchino, mentre il singolo numero veniva cinque soldi. In fronte al giornale era inciso, sotto il motto Ipse alimento tibi, un orsacchiotto che si succhia la zampa anteriore destra e posa l’altra sul tronco d’un albero, il che voleva significare che la Gazzetta si nutriva delle cose sue proprie e non cercava lontano i suoi alimenti.
Essa aveva l’ufficio a San Polo, presso la calle di ca' Bernardo, porta sola con campanello, e, da principio, cinque recapiti per la vendita e per ricevere gli abbonamenti e le notizie, ed erano il caffè Florian a San Marco, quello sulla riva del vin, quello in campo di Santo Stefano, la libreria Colombani in merceria e la bottega del cartolaio Foccheri in campo San Giovanni in Bragora; ma dopo il secondo numero furono ridotti a due: la libreria Colombani e ed il caffè Florian, ai quali più tardi s’aggiunse un terzo, ovvero la libreria di Gasparo Ronconella giù dal ponte di San Polo.
Esclusa la politica, vi trovavano posto, oltre agli annunzi di ogni genere, la cui pubblicazione si doveva principalmente a "persone interessate", le notizie cittadine, che il Gozzi narra con una festività e con un garbo impareggiabili; le quali notizie, insieme con gli annunci, che gli danno spesso argomento ad osservazioni argute, e i giudizi sulle rappresentazioni teatrali ci fanno meglio conoscere molta parte della vita veneziana di quei giorni.
Secondo l’intenzione dell’estensore il giornale volle dilettare ed educare ad un tempo, e con parabole e dialoghetti si erse pure a censore della gaudente vita cittadina. Volle essere semplice e popolare e ci riuscì, continuando la sua vita fino al 31 gennaio 1761, che è la data del numero CIV, dopo il quale continuò a scriverla, per un anno ancora, l’abate Chiari. Risolta durevolmente nel 1787 col titolo di Gazzetta urbana veneta e compilata da Antonio Piazza, assistette alla caduta della repubblica.
Da quanto si è detto si capisce come la Gazzetta Veneta non rientri nel ciclo del giornale letterario Spectator, come il Mondo Morale, ma è evidente pure in essa che dell’insegnamento del periodico inglese il Gozzi aveva fatto tesoro.

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